Dopo 13 anni all’estero, un inverno in Lituania mi ha fatto rivalutare il mio amore per gli USA

Hai mai pensato di lasciare tutto e partire per un’avventura senza fine? Molti di noi sognano la libertà assoluta, un’esistenza nomade, lontana dagli schemi della vita “normale”. Ma cosa succede quando quella libertà inizia a pesare sulla bilancia? Questo è ciò che è successo a una viaggiatrice che, dopo oltre un decennio trascorso a esplorare il mondo, ha scoperto che il vero viaggio era proprio davanti ai suoi occhi.

Da “gap year” a vita nomade: il fascino dell’ignoto

Era il settembre 2010. Instagram era ancora agli albori, e io non possedevo nemmeno uno smartphone. Trovare persone con interessi simili online era un’impresa quasi impossibile. L’idea iniziale era un anno sabbatico di sei mesi in Nuova Zelanda, con l’obiettivo di risparmiare e poi esplorare Australia e Sud-est asiatico. Il piano finale prevedeva un ritorno negli Stati Uniti per un master e l’inizio della vita adulta.

Ma il destino aveva altri piani. Invece di sei mesi, sono rimasta in Nuova Zelanda. Da lì, siamo partiti per l’Australia, poi la Corea del Sud, il Messico e infine la Lituania. Tredici anni. Tredici anni trascorsi a vivere e lavorare in luoghi lontanissimi da casa, un continuo “gap year” che non sembrava finire mai.

L’incontro con un mondo di esploratori

Arrivati in Nuova Zelanda, immergendoci nei viaggi e negli ostelli, ci siamo resi conto di quante persone vivessero la stessa vita nomade. Abbiamo scoperto visti per lavorare e viaggiare, possibilità di insegnare inglese all’estero, e strategie per esplorare il Sud-est asiatico con un budget ridotto. Era un mondo di coetanei che avevano scelto di abbandonare i percorsi prefissati per costruire, almeno per un po’, una vita all’insegna della libertà totale.

Nei dieci anni successivi, abbiamo esplorato l’entroterra australiano, i mercati notturni di Taipei, e imparato a fare immersioni nelle Filippine. Anche i giorni di lavoro sembravano avventure, perché li vivevo in un posto nuovo. Mi ero ripromessa: mai tornare a una vita “normale” a New York.

Quando il sogno diventa un peso

A volte scherzo dicendo che la Lituania mi ha spezzato. Dopo cinque anni in Messico, la pandemia di COVID-19 ci ha costretti a cercare lavoro altrove. A luglio 2021 siamo atterrati in una piccola città lituana.

Le giornate estive, con il sole che sorgeva alle cinque del mattino e tramontava alle undici di sera, ci invitavano a lunghe passeggiate e visite a laghi incantevoli. Ma l’autunno è arrivato rapidamente, lasciando spazio a un inverno precoce e crudele. Le lunghe giornate estive si sono trasformate in notti invernali interminabili. Ricordo ancora le mattine di ottobre, seduta con una tazza di caffè in cucina, aspettando invano che spuntasse il sole.

La dura verità dell’isolamento

L’inverno lituano è stato duro, ma non è stato solo il freddo a pesarmi. Mi ha fatto realizzare una cosa fondamentale: non avevo legami. Nessuna comunità, nessuno a cui chiedere aiuto in quelle mattine buie e solitarie. La libertà assoluta era meravigliosa a vent’anni, ma a trentacinque, nel mio secondo inverno lituano, mi sentivo alla deriva.

Quando il mio compagno ha ricevuto un’offerta di lavoro a Seattle, inizialmente l’abbiamo rifiutata. Avevo passato 13 anni a promettere a tutti che non sarei mai tornata negli USA. Ma l’ennesima tempesta di neve ad aprile ci ha fatti riflettere seriamente. Provenendo da New York, mi sono convinta che Seattle potesse rappresentare una nuova avventura, quasi come trasferirsi in un paese straniero.

Il ritorno inaspettato: la sorpresa della nostalgia

La vera sfida nel tornare negli Stati Uniti non è stata la logistica, ma il mio orgoglio. Dovevo spiegare a famiglia, amici e follower di Instagram che stavo tornando a casa. Sotto molti aspetti, sembrava un fallimento.

Eppure, si è rivelata la decisione più giusta. Dopo anni all’estero, ritrovarsi in un paese anglofono, in una cultura che comprendevo, è stato un sollievo immenso. La semplicità di chiamare un idraulico, comunicare con il servizio postale e, soprattutto, costruire amicizie profonde e significative, mi ha fatto rivalutare la “casa” come mai prima.

Sono passati due anni da quando ho firmato il contratto d’affitto a Seattle. Non è un posto perfetto – vivere in cinque paesi e viaggiare in altri trenta mi ha insegnato che la perfezione non esiste da nessuna parte. Ma in questo momento, è il posto migliore per me.

E tu, hai mai pensato di tornare sui tuoi passi dopo un lungo viaggio? Cosa significa per te “casa”?

Giulia Moretti
Giulia Moretti

Piacere, Giulia! Sono una giornalista digitale con la passione per il "problem solving". Adoro scovare curiosità e trucchi che nessuno conosce per risparmiare tempo e denaro. Il mio stile è diretto e pratico: se c'è un modo più furbo per fare qualcosa, lo troverò e lo condividerò con te nei miei articoli.

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