13 anni all’estero, il ritorno in patria: ecco perché è stata la mia migliore decisione

Hai mai pensato che l’avventura all’estero, quella che promette libertà e realizzazione, possa nascondere anche un lato oscuro? Molti sognano di lasciare tutto e partire, ma cosa succede quando quel viaggio infinito ti porta lontano da te stesso? Se ora ti senti disorientato, stanco di un percorso che non ti appartiene più, questo racconto potrebbe cambiarti la prospettiva. La decisione di tornare a casa dopo anni di evasione all’estero può essere più trasformativa di quanto immagini.

Il Richiamo dell’Ignoto e la Morte di un Sogno (Apparente)

Ci eravamo detti: un anno sabbatico. Solo sei mesi per assaporare la Nuova Zelanda, risparmiare il più possibile e poi lanciarci verso l’Australia e il Sud-est asiatico. L’obiettivo era chiaro: tornare sulla East Coast, iniziare un master e finalmente “mettermi in carreggiata”. Oggi, ripenso a quell’entusiasmo giovanile e sorrido. Instagram stava per nascere, lo smartphone era un lontano miraggio. Trovare persone con la stessa mentalità era un’impresa.

L’Inizio di un Viaggio Senza Fine

Fu arrivando in Nuova Zelanda, vivendo negli ostelli e lavorando in piccoli impieghi saltuari al fianco di altri backpacker, che ci rendemmo conto di una cosa: eravamo in tanti a cercare una vita diversa, a dedicare tutto al viaggio. Fu così che scoprimmo il visto “Working Holiday” per l’Australia, l’insegnamento dell’inglese in Corea del Sud e come esplorare il Sud-est asiatico con un budget ridotto. La sensazione era chiara: un’intera generazione di ventenni stava scegliendo strade diverse, rifuggendo dal percorso tradizionale per abbracciare una libertà quasi totale.

Gli anni successivi furono un vortice di esperienze: il Red Centre australiano, i mercati notturni di Taipei, le immersioni nelle Filippine. Anche le giornate dedicate al lavoro assumevano il sapore dell’avventura, semplicemente perché le vivevamo in luoghi inediti. Mi ripromisi: mai più una vita “normale” a New York. Il sogno sembrava eterno.

L’Illuminazione Lituna: Quando la Libertà Diventa Solitudine

Molti scherzano dicendo che è stata la Lituania a “spezzarmi”. Dopo cinque anni in Messico, la pandemia ci costrinse a cercare altrove. Nel luglio 2021 atterrammo in una piccola città lituana. Le giornate erano interminabili, il sole non tramontava prima delle undici di sera, e i quasi 30 gradi invitavano a lunghe passeggiate. Ma l’estate lasciò presto spazio a un autunno che durò una settimana, e a metà ottobre era già inverno.

Le giornate luminose dell’estate furono sostituite da **notti invernali lunghissime**. Spesso mi ritrovavo seduta in cucina alle otto del mattino con una tazza di caffè, fissando fuori dalla finestra e aspettando che spuntasse il sole. L’inverno era rigido, certo, ma ciò che la campagna lituana mi mostrò con crudezza fu la mia totale assenza di legami. Nessuna comunità, nessuno a cui poter telefonare in quelle mattinate buie e solitarie. Una vita senza obblighi e responsabilità era meravigliosa a vent’anni, ma quando ne compii trentacinque, sentendoti perso nell’oscurità del secondo inverno lituano, le cose cambiavano radicalmente.

Quando il mio compagno ricevette un’offerta di lavoro a Seattle, inizialmente la rifiutammo. Avevo passato 13 anni a promettere a tutti che non sarei mai tornata negli Stati Uniti. Ma quando, a metà aprile, si scatenò l’ennesima bufera di neve, ci sedemmo e iniziammo a considerare seriamente l’opzione. Vengo da New York, quindi mi convinsi che Seattle sarebbe stata una nuova avventura, quasi come trasferirsi in un paese straniero.

Il Ritorno: La Decisione Più Audace e Giusta

La sfida più grande nel tornare negli Stati Uniti fu il mio orgoglio. Dovevo spiegare a famiglia, amici e follower su Instagram che stavo “tornando a casa”. Alla fine, sembrava quasi un fallimento. Ma si rivelò la scelta giusta.

Dopo anni trascorsi all’estero, **arrivare finalmente in un paese anglofono**, in una cultura che comprendevo appieno, fu un sollievo incredibile. La facilità di chiamare un idraulico, di comunicare con l’ufficio postale, e soprattutto, la possibilità di costruire amicizie profonde e significative: tutto questo mi fece riscoprire il valore della mia terra.

Sono trascorsi due anni da quando ho firmato il contratto d’affitto a Seattle. Non è tutto perfetto, certo. Vivere in cinque paesi diversi e viaggiare in altri 30 mi ha insegnato che la perfezione non esiste da nessuna parte. Ma in questo momento, qui, è meglio che in qualsiasi altro posto.

E tu, hai mai pensato di tornare sui tuoi passi dopo un lungo periodo all’estero? Qual è stata la tua esperienza?

Giulia Moretti
Giulia Moretti

Piacere, Giulia! Sono una giornalista digitale con la passione per il "problem solving". Adoro scovare curiosità e trucchi che nessuno conosce per risparmiare tempo e denaro. Il mio stile è diretto e pratico: se c'è un modo più furbo per fare qualcosa, lo troverò e lo condividerò con te nei miei articoli.

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