Il tuo taccuino è pieno di appunti presi a mano, le presentazioni scorrono perfette senza un intoppo e le notti insonni a studiare ti sembrano un ricordo lontano. Immagina ora di poter delegare tutto questo: riassunti di libri complessi, stesura di saggi, persino la correzione delle tue bozze. Sembra incredibile, vero? Eppure, questa possibilità è a portata di mano grazie a ChatGPT. Ma cosa succede quando, invece di abbracciarla, scegli di ignorarla deliberatamente? Ti racconto la mia esperienza all’università, dove ho deciso di fare a meno di questo potente strumento, e ti svelo il motivo.
La tentazione AI: tutti la usavano, io no.
Ricordo ancora il mio terzo anno alla Stanford University. La parola che risuonava nei corridoi e nelle aule studio era una sola: “Chat”. Inizialmente pensavo si trattasse di un nuovo social network, ma presto scoprii che i miei compagni di corso si riferivano a ChatGPT. Lo usavano per tutto: riassumere le letture obbligatorie, generare idee per i saggi, persino per scrivere intere sezioni dei loro lavori. Mi chiedevo: “Perché siamo qui? Perché frequentiamo l’università se una macchina può fare il lavoro al posto nostro?”
Il “trucco” che distrugge il vero apprendimento
La mia specializzazione era in “Creative Writing”, il che significava che la lettura e la scrittura erano il cuore pulsante del mio percorso. Ogni parola contava, ogni sfumatura espressiva era fondamentale. Vedere gli altri delegare questo processo a un’intelligenza artificiale mi sembrava una scorciatoia che annullava lo scopo stesso dello studio universitario.
La mia scelta di rifiutare ChatGPT non è stata impulsiva. Era una decisione consapevole, guidata da un profondo rispetto per il percorso accademico e per la crescita personale. Anche quando i professori iniziavano a includere clausole sull’uso dell’IA nei piani di studio, alcune in modo permissivo, altre categorico, io non ho mai vacillato.
Perché ho detto “no” a ChatGPT
Certo, studiare letteratura, specialmente a Stanford, era una sfida. Ma era proprio questa sfida a motivarmi. Volevo affinare le mie capacità, diventare un comunicatore più efficace, un pensatore più critico. Usare ChatGPT per me avrebbe significato barare, privandomi dell’opportunità di sviluppare quelle competenze che avrebbero definito il mio futuro professionale.
Il mio desiderio era chiaro:
- Migliorare la mia scrittura, acquisendo sicurezza e precisione nel trovare le parole giuste.
- Saper esprimere le mie opinioni con forza e chiarezza.
- Formulare pensieri complessi in modo conciso e convincente.
- Costruire argomentazioni solide e scrivere e-mail persuasive.
- Pensare e parlare liberamente, senza filtri imposti da un algoritmo.
Tutto questo, sapevo, non l’avrei ottenuto delegando il lavoro a un’IA. Sarebbe stato come acquistare un simulatore di volo invece di imparare a pilotare un vero aereo: non ti darebbe mai la sensazione e la competenza del controllo reale.
Equità per chi è rimasto fuori
Quando sentivo di compagni che usavano ChatGPT, non potevo fare a meno di pensare a tutti gli studenti brillanti che non erano riusciti ad accedere a università come Stanford. Studenti che avrebbero dato anima e corpo per svolgere quei compiti con passione, imparando dai propri errori e successi. Utilizzare l’IA in questo contesto mi sembrava una forma di ingiustizia, un’opportunità sprecata per chi meritava davvero di essere lì.
Ho avuto la fortuna di studiare in un dipartimento di letteratura di altissimo livello, con docenti che mi hanno spronato a dare il meglio di me. Ho imparato a valorizzare il loro feedback, il loro occhio critico sui miei testi. L’idea che “il mio” lavoro, in parte o in tutto generato da una macchina, potesse essere valutato da mentori che cercavo di emulare mi sembrava quasi surreale.
- Ricorda: ogni testo scritto è un riflesso del tuo pensiero. Non lasciare che un’IA cancelli la tua voce.
- Il vero valore è nel processo: è attraverso la fatica, la ricerca e la scrittura che si impara davvero.
- Stanford e il suo retaggio: studiare dove hanno camminato grandi come Bell Hooks o John Steinbeck è un’ispirazione. Volevo onorare questo retaggio scrivendo con la mia testa.
Oggi, a distanza di anni dalla laurea, ogni giorno metto in pratica ciò che ho imparato. E ogni giorno sono grata al mio “io” del passato per aver scelto la strada più difficile, quella della fatica e della crescita personale, senza cedere alla tentazione di ChatGPT. Le competenze acquisite con lo studio sono un tesoro che nessuno strumento può replicare.
E tu, hai mai provato a resistere alla tentazione di usare l’IA per semplificarti la vita accademica? Come ha influenzato il tuo apprendimento?








